Secondo una recente e importante pronuncia della Corte di Cassazione – n. 8564/2026 – il diritto alla NASpI in caso di dimissioni per giusta causa non può essere riconosciuto automaticamente sulla sola base delle dichiarazioni del lavoratore o di una contestazione formale inviata al datore di lavoro. La decisione richiama l’attenzione sull’importanza di fornire prove concrete e documentate delle condotte aziendali che hanno reso impossibile la prosecuzione del rapporto di lavoro.
NASpI e dimissioni: serve una prova concreta della giusta causa
La disoccupazione NASpI spetta normalmente nei casi di perdita involontaria dell’occupazione. Tuttavia, la normativa riconosce alcune eccezioni in cui anche le dimissioni possono consentire l’accesso all’indennità, come accade nelle ipotesi di dimissioni per giusta causa.
Negli ultimi anni, la giurisprudenza ha chiarito che tali dimissioni devono derivare da situazioni particolarmente gravi, tali da non permettere neppure temporaneamente la prosecuzione del rapporto di lavoro. Rientrano in questa categoria, ad esempio, il mancato pagamento delle retribuzioni, comportamenti vessatori, demansionamenti, molestie o trasferimenti illegittimi.
La recente posizione della Suprema Corte introduce però un elemento di forte rilievo pratico: per ottenere la NASpI non basta indicare genericamente la “giusta causa” nella procedura telematica di dimissioni, né risulta sufficiente una semplice diffida inviata dal legale al datore di lavoro.
Il principio affermato dalla Cassazione
Nel caso esaminato dai giudici, una lavoratrice aveva richiesto il riconoscimento della NASpI dopo aver lasciato l’azienda sostenendo di essere stata costretta alle dimissioni da comportamenti illegittimi del datore di lavoro.
La Corte d’Appello aveva ritenuto adeguata, ai fini della prova, la lettera inviata dall’avvocato della dipendente per contestare tali condotte. La Cassazione ha invece assunto una posizione più rigorosa, evidenziando che il lavoratore deve dimostrare in modo concreto l’esistenza della giusta causa.
Secondo i giudici, la NASpI rappresenta una tutela destinata ai casi di effettiva disoccupazione involontaria. Proprio per questo motivo, quando il rapporto si interrompe per iniziativa del dipendente, è necessario accertare che la scelta non sia stata libera, ma determinata da comportamenti datoriali gravi e documentabili.
Quali documenti possono rafforzare la richiesta
Dal punto di vista operativo, la pronuncia conferma l’importanza di raccogliere elementi probatori solidi prima di procedere con dimissioni per giusta causa. Possono assumere rilievo:
- contestazioni scritte;
- segnalazioni agli enti competenti;
- testimonianze;
- documentazione medica;
- ricorsi giudiziari;
- verbali ispettivi;
- comunicazioni aziendali.
L’orientamento della Cassazione sembra quindi destinato ad aumentare l’attenzione dell’INPS nella verifica delle domande NASpI collegate a dimissioni per giusta causa, con possibili effetti anche sui tempi di istruttoria e sull’eventuale contenzioso.
Un tema sempre più delicato per aziende e lavoratori
La decisione conferma come il tema delle dimissioni per giusta causa continui a rappresentare un terreno particolarmente delicato sia per i lavoratori sia per i datori di lavoro.
Per le aziende, emerge la necessità di monitorare attentamente la gestione dei rapporti interni e delle contestazioni disciplinari, evitando comportamenti che possano essere interpretati come lesivi della dignità o dei diritti del dipendente.
Per i lavoratori, invece, diventa fondamentale valutare con attenzione la documentazione disponibile prima di interrompere il rapporto di lavoro confidando nel successivo accesso alla NASpI.

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